Quanto sta spendendo davvero la vostra azienda in intelligenza artificiale, e come fate a sapere se quella spesa sta producendo un miglioramento reale? È la domanda al centro del recente keynote speech di David Anderson tenuto a Norimberga, che è stato riproposto da Anderson stesso in un webinar e che qui riprendiamo e sintetizziamo. Non è un intervento sulla tecnologia AI in sé, ma su un problema molto più vecchio e sempre attuale: come si fa a sapere se un cambiamento produrrà un miglioramento? Da quella domanda è nato, quasi un decennio fa, il framework Fit for Purpose, sviluppato da Anderson insieme ad Alexei Zheglov.
Il problema: aziende che investono senza strategia
Anderson racconta di parlare regolarmente con aziende i cui team, un tempo dedicati all’agile coaching, oggi lavorano su iniziative di intelligenza artificiale. Lo schema che vede ripetersi è molto simile: prima si è provato l’agile in piccola scala senza risultati, poi si è scalato con qualche framework dedicato spendendo molto e rallentando ulteriormente, infine si sono licenziati scrum master e product owner, rinominando i superstiti con titoli come flow manager o transformation coach. Ora quelle stesse persone sono state messe a capo delle iniziative di AI, nella speranza che la tecnologia risolva ciò che l’agile non è riuscito a risolvere. Anderson sottolinea come questa non sia una strategia: è essenzialmente una speranza, unita a una spesa ingente.
Che cosa significa il concetto di satisficing
Il termine, coniato dall’economista e matematico Herbert Simon (premio Nobel per l’economia) a metà degli anni Cinquanta, nasce dalla fusione di “satisfactory” e “sufficient“. Simon studiava i grafi di rete e un problema ben noto nelle organizzazioni industriali: se si chiede a ogni singolo nodo di una rete, per esempio ogni reparto o linea produttiva, di ottimizzare la propria efficienza, i nodi finiscono per competere tra loro e il risultato complessivo diventa inefficiente. Un ottimo locale non produce un ottimo globale.
La soluzione individuata da Simon non era chiedere ai singoli nodi di ottimizzare, ma di raggiungere un livello, appunto, satisficing: sufficiente e soddisfacente. Se ogni nodo persegue quel livello, l’intera rete tende a un ottimo globale a partire da livelli locali di sufficienza. Applicato a un’azienda, questo significa che ogni servizio della rete organizzativa ha bisogno di metriche proprie che definiscano cosa rappresenti, per quel nodo, un livello soddisfacente e sufficiente di performance, per poi usarle in un ciclo di retroazione locale.
Il costo reale dell’AI
Anderson porta alcuni dati per dare la misura del problema. Uber avrebbe budgetato 1.800 dollari al mese per dipendente per l’AI, ma starebbe in realtà spendendo circa 5.400 dollari al mese. Un insider che lavora a un’iniziativa di AI agentica in una nota grande azienda tecnologica americana, riferisce una spesa di circa 4.000 dollari al mese per dipendente. Numeri che, calcolati in relazione a un ingegnere software con stipendio tra 150.000 e 300.000 dollari l’anno, possono sembrare sostenibili, ma che non reggono in altri mercati: a Lisbona, dove ha tenuto lo stesso keynote due mesi prima di Norimberga, una cifra del genere equivarrebbe a raddoppiare il costo del lavoro.
Una ricerca dell’Economist dello scorso giugno indica che l’1% delle aziende globali per capitalizzazione spende in media 7.500 dollari al mese per dipendente, ovvero circa 100.000 dollari l’anno. Il range che emerge da queste fonti è quindi tra 50.000 e 100.000 dollari l’anno per dipendente, a fronte di un miglioramento di produttività atteso di circa quattro volte, ma con pochissime evidenze concrete di benefici di business. Molti di questi budget vengono sottratti ad altre voci, come la formazione, di cui l’AI arriva a costare fino a dieci volte tanto per dipendente.
Agilità aziendale su due livelli
L’agilità enterprise si gioca su due dimensioni: la capacità di far girare più velocemente il business quotidiano (Run the Business), rispondendo a cambiamenti di mercato e di domanda, e la capacità di reinventarsi, di cambiare direzione quando serve (Change the Business). Storicamente gli sponsor aziendali delle iniziative agili si aspettavano velocità, e i coach che negli anni hanno sostenuto che “l’agile non è mai stato sulla velocità” hanno spesso pagato quella loro affermazione con il posto di lavoro.
Pensare per servizi, non per team
Un’organizzazione va modellata come una rete di servizi interdipendenti, non come una gerarchia. Una richiesta cliente attraversa più team per essere evasa: la Kanban board rappresenta il servizio, non la struttura organizzativa. L’unità molecolare dell’agilità aziendale non è mai stata il team, ma il servizio. Per ciascun servizio serve un proprio sistema Kanban e un proprio set di metriche di satisficing, tra cui lead time, prevedibilità, puntualità, qualità funzionale e non funzionale, conformità normativa, convenienza, adattabilità, configurabilità e sostenibilità economica.
Un punto che Anderson sottolinea con un esempio personale: l’AI non prende decisioni, genera opzioni. Con la sua stessa casella di posta come esempio, racconta di ricevere continuamente analisi con più opzioni da valutare, generate rapidamente dai suoi collaboratori grazie all’AI, che finiscono per far perdere tempo prezioso a chi deve poi decidere, lui compreso. È un caso concreto di ottimizzazione locale che crea un problema altrove nella rete, in questo caso al vertice dell’azienda.
Il problema dell’efficienza di flusso
Dati raccolti in vent’anni di lavoro con la community Kanban dicono che in molte organizzazioni solo l’1-2% del lead time complessivo di una richiesta cliente corrisponde a lavoro effettivo, il resto sono code. Se una richiesta impiega 100 giorni per essere evasa ma richiede un solo giorno di lavoro effettivo, applicare l’AI a quel giorno di lavoro, riducendolo per esempio di un fattore quattro, porta il lead time percepito dal cliente a restare sostanzialmente invariato. Il discorso cambia se il servizio ha già un’efficienza di flusso alta, per esempio del 50-60%: in quel caso l’AI può davvero dimezzare il lead time o raddoppiare la produttività. Il rischio più comune, però, è che l’AI ottimizzi localmente una fase già poco significativa nel flusso complessivo, spostando semplicemente il collo di bottiglia altrove nell’organizzazione, senza produrre alcun miglioramento globale percepibile, pur continuando a consumare budget.
Autonomia locale e doppio ciclo di retroazione
Perché il miglioramento locale funzioni, ogni nodo della rete deve poter agire con autonomia, perseguendo il proprio livello di satisficing e non un ottimo assoluto. Anderson descrive due cicli di retroazione (double-loop learning): uno interno, che chiede se il servizio sta rispettando i propri criteri di satisficing, e uno esterno, che chiede se quei criteri sono ancora quelli giusti da misurare. Quando i servizi sono collegati tra loro, ogni servizio dipendente deve conoscere cosa rappresenta un livello soddisfacente per il servizio che lo richiede, in modo che la sufficienza si propaghi lungo tutta la rete fino al cliente finale.
L’ottimizzazione globale parte dai nodi a contatto diretto con il cliente e si propaga verso l’interno dell’organizzazione attraverso pratiche di revisione periodica, documentate nel Kanban Maturity Model. Se il meccanismo funziona, i diversi nodi della rete possono scambiarsi capacità, competenze e priorità: un nodo può accettare di essere sub-ottimale per contribuire a un miglioramento globale, ma questo richiede che i sistemi di incentivo dei manager siano allineati al bene della rete e non alla sola performance locale.
Cosa fare, a prescindere dall’AI
Anderson suggerisce un percorso in tre passi, indipendente dalla tecnologia scelta:
- visualizzare, dotare di strumenti di misurazione e gestire il flusso delle richieste cliente end to end, non a livello di singolo team, con il Kanban Maturity Model
- definire i criteri di satisficing con il framework Fit for Purpose
- implementare un ciclo di retroazione locale che porti quelle metriche al livello desiderato
Solo a queste condizioni ha senso chiedersi se un investimento in AI, applicato a un nodo specifico della rete, produrrà un miglioramento reale e misurabile, con un’analisi di ritorno sull’investimento che tenga conto sia della spesa locale sia dell’impatto globale sul business. E solo se si gestisce il flusso di lavoro per ogni servizio, si potrà sapere se l’AI ha generato dei miglioramenti oppure no.
Il confronto con Kanban su scala enterprise
Il keynote si chiude con un termine di paragone: le implementazioni Kanban su scala enterprise fatte correttamente producono tipicamente un miglioramento di produttività da 4 a 8 volte, una riduzione del 90% dei lead time e del time to market, con un costo inferiore all’1% del costo del lavoro esistente. Adam Woo, coach Kanban di Shenzhen, ha realizzato più di sei implementazioni su scala superiore alle 5.000 persone, la più grande delle quali in Huawei con 100.000 persone coinvolte. Un risultato, osserva Anderson, spesso migliore di quanto ci si aspetti dall’AI, e a una frazione del costo.
Anche nella sua organizzazione, Kanban University, Anderson riconosce all’AI un ruolo utile, per esempio nelle operazioni IT che mantengono il sito e la piattaforma Kanban+. Ma da CEO ammette di non gradire quando l’AI, usata dai suoi collaboratori, finisce per generare più lavoro di revisione per lui: spostare il collo di bottiglia al vertice dell’azienda non è mai una buona strategia.
Il keynote completo, con tutti i dati e gli esempi qui solo sintetizzati, è disponibile integralmente sul canale YouTube di Kanban University: https://youtu.be/ZWfUq8Z9soc.
Ho pubblicato originariamente questo articolo per il portale Kanban Help, al quale collaboro insieme al collega Luca Gambetti.
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