Nell’articolo precedente ho raccontato come prendere le misure a un fornitore lento: misurare io il tempo che passa tra la mia richiesta e la sua risposta, quella che chiamo ‘metrica reciproca’, e regolarmi di conseguenza. Chiudevo con un’osservazione: il livello di servizio che dichiaro a valle deve tenere conto di quello che so del mio fornitore.
Resta però una domanda: quale livello di servizio dichiaro, io? Perché a valle il fornitore sono io. E il mio cliente, che io mi misuri o no, prima o poi la metrica reciproca la prende a me. Esattamente come io l’ho presa al mio fornitore.
Prendere le misure a me stesso
Quando un cliente chiede “per quando?”, di solito si tende a rispondere con una stima. Si guarda il lavoro, si valuta quanto è complicato, si pensa a com’è andata l’ultima volta e si ipotizza una data. È un’opinione, magari esperta, ma resta un’opinione. Una previsione funziona in un altro modo: non guarda il singolo lavoro, guarda come sono andati tutti i lavori simili. Non è un’opinione, è statistica.
Per fare questo lo strumento lo conosciamo già: è la stessa curva di distribuzione del Lead Time che ho costruito per il fornitore, solo che questa volta riguarda la parte del servizio che gestisco io. Con un’avvertenza su cosa misurare, perché è qui che ci si inganna più facilmente.
Il Kanban Maturity Model (KMM) distingue il Customer Lead Time, che parte da quando il cliente fa la richiesta, dal System Lead Time, che parte da quando io la prendo in carico. In mezzo c’è l’attesa all’ingresso: la richiesta è arrivata, ma nessuno ci sta ancora lavorando. Quell’attesa tendo a non vederla, perché per me il lavoro non è ancora cominciato. Il cliente invece la subisce per intero. Se misuro solo il System Lead Time, la mia previsione è strutturalmente ottimistica e il cliente aspetta sistematicamente più di quanto dicano i miei dati.
“I dati non li abbiamo”
Quando ne parlo nelle aziende arriva quasi sempre un’obiezione: “bello, ma i dati non li abbiamo”. In realtà ci sono quasi sempre, solo che non vengono usati. Ogni lavoro chiuso ha lasciato una traccia: una data in cui è stato chiesto e una in cui è stato consegnato, in un sistema di ticketing, in una mail, in un registro, a volte in un foglio Excel che qualcuno compila per abitudine. Non servono strumenti sofisticati per cominciare, serve la disciplina di raccogliere i dati. E, come abbiamo visto nel precedente articolo, se il sistema è stabile una trentina di misurazioni bastano per avere un primo quadro affidabile.
“Ma ogni lavoro è diverso”
La seconda obiezione che ricevo in azienda è più radicata: “il nostro lavoro non si presta, ogni cliente ha esigenze uniche, ogni progetto è un caso a sé”. È vero solo in parte. Il lavoro davvero unico esiste, ma è molto meno di quanto ci piace pensare. Il resto è fatto di attività che ripetiamo ogni settimana, solo che non le tracciamo, e quello che non vediamo ci sembra imprevedibile per definizione.
Di solito il lavoro non è tutto diverso: è di pochi tipi diversi. E i dati, curiosamente, lo mostrano da soli. Il KMM osserva che quando la distribuzione del Lead Time ha più picchi, in genere è perché dentro ci sono più tipi di lavoro mescolati. La risposta, quindi, non è rinunciare a misurare perché “tanto è tutto diverso”, ma separare i dati per tipo e costruire una curva per ciascuno. Tre o quattro tipi di lavoro diventano tre o quattro distribuzioni, e tre o quattro previsioni, ognuna sufficientemente affidabile per il suo tipo.
Dalla distribuzione allo SLE
Dalla distribuzione nasce il livello di servizio che posso dichiarare al cliente, lo SLE (Service Level Expectation): entro quanto tempo consegno, e in quale percentuale di casi. Perché sia una promessa e non un azzardo, però, servono due condizioni.
La prima è che la coda sia sottile, cioè che il rapporto tra il 98° percentile e la mediana stia sotto 5,6. Se la coda è grassa, qualunque numero dichiari è fragile: prima o poi arriva il caso che va lunghissimo e smentisce tutto. In quella situazione il primo lavoro non è promettere, è accorciare la coda statistica.
La seconda è scegliere il percentile giusto. L’85° è il riferimento comune per i servizi, sei volte su sette, ma non è una regola che vale sempre. Dipende da quanto costa al cliente un ritardo: se il ritardo costa molto, conviene salire.

Distribuzione del Lead Time dell’onboarding dopo il primo mese
Un buon esempio di quanto descritto è il caso dell’onboarding di Grow, di cui parlo nell’articolo Migliora le tue risorse umane con Kanban: Kanban in HR – Scaling Kanban in an HR department at Grow (Italy) (case study in inglese). Quando abbiamo cominciato a misurare, il Lead Time andava da 1 a 96 giorni: una coda grassa, su cui nessuna promessa poteva essere affidabile. Non abbiamo dichiarato niente. Siamo intervenuti su uno dei colli di bottiglia, la firma digitale del contratto, e in un mese la coda si è accorciata fino a diventare sottile (19 giorni), con una distribuzione dei tempi di onboarding come nell’immagine. Solo a quel punto abbiamo dichiarato ai reparti richiedenti uno SLE: 8 giorni nel 91% dei casi.
Abbiamo tenuto il percentile più alto dell’85° perché un ritardo nell’onboarding non era un semplice disagio: significava persone al lavoro senza un contratto firmato, con il rischio di sanzioni. Lo stesso servizio, con un costo del ritardo più basso, avrebbe potuto reggersi su un percentile diverso.
Cosa vuole davvero il cliente
Si pensa spesso che il cliente voglia tutto e subito, e che l’unico modo per farlo contento sia promettere tempi brevi. In realtà quello che spesso cerca è un’altra cosa: risposte oneste e previsioni affidabili, con cui fare a sua volta le sue previsioni.
È il meccanismo dell’articolo precedente, visto dall’altra parte del tavolo. Il mio SLE diventa il dato su cui il mio cliente pianifica, esattamente come lo SLE del mio fornitore era il dato su cui pianificavo io. Una data detta con sicurezza, che poi slitta, magari più volte, non gli serve a niente: lo costringe a ripianificare ogni volta. Una previsione affidabile con una probabilità dichiarata invece gli permette di regolarsi. La catena regge solo se ogni anello è onesto e affidabile, e io sono uno degli anelli.
Conclusione
Non è vero, quindi, che non posso promettere niente di affidabile. Come minimo posso misurarmi, con gli stessi strumenti con cui misuro il fornitore, e sapere cosa posso dichiarare. Posso separare i tipi di lavoro invece di nascondermi dietro il “è tutto diverso”, accorciare la coda dove serve prima di promettere, e scegliere il percentile in base a quanto costa davvero un ritardo. E posso dare al mio cliente esattamente quello che io chiedo al mio fornitore: una previsione onesta.
Al giorno d’oggi, poi, c’è una nuova tentazione, più forte che mai: usare l’AI e lasciare che sia lei a fare le previsioni al posto nostro. Ma se il lavoro non è tracciato, l’AI una risposta la dà comunque, sicura e ben presentata, solo che non ha fondamento. È una stima come quella descritta più sopra, ma quando esce da un sistema automatico con un numero e un grafico, smette di sembrare un’opinione e nessuno la mette più in discussione. Decidere cosa misurare e come resta una scelta umana, come ho spiegato nell’articolo Perché collegare l’AI ai vostri dati di flusso non basta.
Quest’ultimo tema è così importante che ho deciso di dedicargli un podcast, che prenderà il via il prossimo mese di novembre. Restate sintonizzati!
Bibliografia
- David J. Anderson, Teodora Bozheva, Kanban Maturity Model: A Map to Organizational Agility, Resilience, and Reinvention – 2nd Edition, Kanban University Press, 2021
Ho pubblicato originariamente questo articolo per il portale Kanban Help, al quale collaboro insieme al collega Luca Gambetti.
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