Per chi vive a Milano, è diventata un’esperienza fin troppo comune: passeggiare per la propria via e scoprire una nuova area transennata, l’ennesimo cantiere che sbuca da un giorno all’altro. La frustrazione, però, arriva dopo. Passano le settimane, poi i mesi, e dietro a quelle recinzioni non accade nulla. I lavori non procedono, il cantiere resta abbandonato, e le aree verdi sequestrate alla cittadinanza si trasformano in piccole ‘savane’ di erba incolta.
Questa paralisi diffusa genera una domanda spontanea in molti cittadini: perché accade tutto questo? Con così tanti progetti da realizzare, perché così tanti cantieri rimangono fermi?
C’è un modo migliore per gestire le opere pubbliche, un metodo che potrebbe restituire la città ai suoi abitanti in tempi più rapidi e con meno disagi.

Il problema: l’illusione della produttività
Dal punto di vista della gestione dei processi, il problema di Milano è un classico esempio di sovraccarico del sistema, dove un carico di lavoro eccessivo porta alla paralisi. Il cuore del problema risiede nella tendenza ad aprire troppi fronti contemporaneamente. L’amministrazione avvia numerosi cantieri in tutta la città, disperdendo energie, risorse e manodopera su decine di progetti diversi. Questo approccio, simile a un multitasking su larga scala, crea l’illusione di una grande operosità, ma nei fatti si rivela controproducente.
Le conseguenze negative di questa strategia sono sotto gli occhi di tutti e pesano sia sulle casse comunali che sulla vita quotidiana dei cittadini:
- Progetti che non avanzano mai: le risorse frammentate impediscono di completare rapidamente anche i lavori più semplici.
- Aumento dei costi per il Comune: ogni giorno in più di cantiere aperto rappresenta un costo aggiuntivo.
- Significativi disagi per i cittadini: strade chiuse, rumore, aree inaccessibili e degrado urbano si protraggono per mesi.
- Allungamento a dismisura dei tempi: i cronoprogrammi diventano un miraggio, con scadenze costantemente posticipate.
- Crollo della produttività generale: saltare continuamente da un’attività all’altra diminuisce l’efficienza complessiva del sistema.
La causa nascosta: perché si inizia senza finire?
Ma perché si adotta una strategia così palesemente inefficace? L’ipotesi più probabile è legata a una logica burocratica e procedurale. Spesso, una volta che i fondi per un’opera pubblica vengono stanziati, esiste il rischio che vengano persi se il cantiere non viene “ufficialmente iniziato” entro una certa data.
Per non perdere il finanziamento, si procede quindi ad aprire formalmente il cantiere, magari semplicemente recintando l’area, anche senza avere le risorse o il piano operativo per portare avanti i lavori in modo continuativo. Questo meccanismo, nato per garantire l’impiego dei fondi, genera un sistema inefficiente che, dal punto di vista della buona gestione e del buon senso, non ha alcuna logica.
La soluzione controintuitiva: limitare i lavori in corso
La soluzione a questo paradosso esiste ed è sorprendentemente semplice, anche se controintuitiva. Deriva da metodologie di gestione del lavoro collaudate a livello globale, come Kanban, nate in ambito produttivo ma oggi applicate con successo in ogni settore. Il principio fondamentale è: limitare i lavori in corso (limit WIP – Work in Progress).
Invece di iniziare dieci cantieri e non portarne a termine nessuno, l’amministrazione potrebbe concentrare tutte le sue risorse sul completamento di uno o due cantieri alla volta. Solo una volta che un cantiere è finito, chiuso e l’area restituita alla città, si potrebbe procedere con l’avvio del successivo. Il principio da adottare è potente nella sua semplicità:
“Smettere di iniziare il lavoro e iniziare a finirlo.”
I benefici: più efficienza per i cittadini
Adottare un approccio focalizzato sulla conclusione dei lavori porterebbe benefici immediati e tangibili, come suggerito dall’esperienza di molte organizzazioni di cui parlo su questo blog. Concentrare le risorse non solo risolve il problema dei cantieri fantasma, ma ottimizza l’intero sistema. I vantaggi principali sarebbero:
- Tempi di completamento ridotti: concentrando le risorse, ogni singolo cantiere viene terminato molto più in fretta.
- Massimizzazione delle risorse pubbliche: meno cantieri aperti in parallelo significa meno costi di gestione, meno disagi prolungati e un uso più efficace dei soldi dei cittadini.
- Aumento della produttività complessiva: le squadre di lavoro non sono costrette a disperdere energie, operando con maggiore efficacia su un obiettivo alla volta.
Conclusione: finire è meglio che iniziare
L’immagine di una Milano costellata di cantieri fermi non è un segno di vitalità, ma il sintomo di un sistema di gestione che ha perso di vista l’obiettivo finale: servire i cittadini. La soluzione non richiede investimenti colossali, ma un cambio di mentalità. Passare da una cultura dell’iniziare a una cultura del finire è la chiave per sbloccare la città e migliorare la qualità della vita di tutti.
La vera domanda, a questo punto, è una sola. È pronta l’amministrazione di Milano ad abbracciare un approccio dove meno significa meglio per restituire finalmente la città ai suoi cittadini?
Ho pubblicato originariamente questo articolo per il portale Kanban Help, al quale collaboro insieme al collega Luca Gambetti.
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